Di Redazione – Tra le numerose tragedie rimosse nella storia del ‘900, spesso si dimenticano gli eventi che seguirono la fine della seconda guerra mondiale. Nel 1945 l’esercito sovietico occupò la Polonia e parte della Germania: una regione abitata da dieci milioni di civili tedeschi. Con efficienza tipicamente stalinista, venne subito organizzato un Ufficio per la sicurezza dello Stato, col compito di iniziare una politica di denazificazione. Oltre a polacchi desiderosi di vendicarsi, i russi reclutarono anche ebrei scampati ai campi di sterminio. I tedeschi che finirono nei 1225 campi di concentramento erano per il 99 per cento civili che non avevano mai combattuto, compresi donne e bambini: coloro che sopravvissero alle torture, vennero spesso falciati dal tifo e dagli stenti. Le stime più realistiche calcolano dai 60.000 agli 80.000 morti. La cifra è minima, di fronte all’Olocausto del popolo ebraico: a raggelare è che nell’organizzazione repressiva stalinista trovarono un posto di rilievo alcuni di coloro che dei nazisti erano stati vittime, e che si trovarono nella posizione per applicare alla lettera la legge del taglione.
A distanza di mezzo secolo da questi eventi, lo scrittore John Sack ha ritrovato, negli Stati Uniti e in Polonia, i protagonisti di questa vicenda: li ha intervistati, ha confrontato meticolosamente le loro testimonianze, e ha scritto un libro che cerca, con grande onestà e umiltà, di rispondere a questa domanda: che cosa ha spinto persone che hanno sofferto l’inimmaginabile a passare dalla parte dei carnefici? “Io, come ebreo che aveva condotto ricerche in Europa“, scrive Sack, “sentivo di dover riferire, perché gli ebrei conservassero la loro autorità morale, che cosa avevano fatto dei comandanti ebrei. Mi aspettavo che qualcuno mi avrebbe chiesto: Come può un ebreo scrivere un libro come questo?” e sapevo che la mia risposta sarebbe stata: “No, come può un ebreo ‘non’ scriverlo?” Sack centra il suo resoconto attorno alla figura di Lola, una giovane ebrea sopravvissuta ad Auschwitz che diventò comandante di una prigione per tedeschi, decisa a vendicare la morte della madre, della figlia di un anno, dei fratelli e delle sorelle. Una donna che si accorse presto dell’orrore in cui era precipitata e che, dopo pochi mesi, fuggì dalla Polonia: al contrario di altri suoi colleghi come Shlomo, che si vantò di “avere fatto in cinque mesi ciò che i nazisti non avevano fatto in cinque anni” (ignorando per altro che in poche ore, ad Auschwitz, morivano più ebrei di quanti tedeschi fossero morti nella sua prigione).
Quella di Occhio per occhio non è quindi solo la storia di una rappresaglia ebraica, ma anche la storia di una redenzione, che dimostra l’inutilità di ogni vendetta e di ogni violenza. La Shoah fu una terrificante realtà e Sack dà conto di una parte di ciò che accadde “dopo di essa”, giammai “senza di essa”.
… “Sono il capitano Morel”, cominciò Shlomo. “Ho ventisei anni e sono ebreo”. Ogni notte, a marzo e aprile, Shlomo piombava nelle baracche brune, ma la popolazione aumentava man mano che arrivavano tram e camion pieni di tedeschi, per lo più provenienti da Gleiwitz. Le celle si riempivano e presto ogni branda ebbe due, tre o quattro occupanti, costretti a stare distesi testa a piedi. In ogni castello c’erano tre brande, in ogni stanza ventuno castelli, e in ogni baracca due stanze piene come un uovo; gli altri stavano sul pavimento, cosicché nelle baracche brune si trovavano ora almeno seicento persone. Con la migliore volontà del mondo, le guardie non potevano punirne più di una decina per notte, e Shlomo, per avere aiuto, organizzò una festa per l’Ufficio per la sicurezza dello Stato. Invitò venti ragazzi, per metà cattolici e per metà ebrei. Gli ospiti arrivarono alla casa di Shlomo, appena fuori i reticolati, al tramonto di un venerdì. Shlomo servì salsicce con una vera e propria tinozza di vodka, che gli ospiti tracannarono, e raccontò storielle yiddish. Continuando a bere, gli ospiti uscirono dalla casa di Shlomo. Spalancarono la porta delle baracche brune. Accesero la luce e i tedeschi si alzarono così in fretta che le assi di molte brande si ruppero.
Mentre uomini e brande crollavano su quelli che stavano di sotto e i tedeschi urlavano, la serata ebbe inizio. «Ehi, quello alto! gridò Shlomo a un uomo alto e biondo. Steso a terra! E tu spilungone!” gridò a un altro. “Stenditi vicino a lui. Quello alto!” a un altro ancora: “Stenditi vicino a lui!” Non appena i tre furono allineati sul pavimento, Shlomo gridò: “Tu stenditi sopra di loro, per traverso. No! urlò ancora colpendolo col bastone, ho detto per traverso!.. Tu!” continuò, e andò avanti ad accatastare i tedeschi, tre per dritto, tre per traverso, finché formò un cubo umano così alto che se ne poteva toccare l’estremità superiore con un braccio alzato. “Molto bene!” disse Shlomo alla fine, e i suoi ospiti cominciarono a roteare i bastoni percuotendo il cubo come se fossero dei cacciatori e gli altri un branco di foche canadesi. L’aria era piena dei grugniti degli ospiti di Shlomo e dei tonfi del legno sulle ossa. Negli strati alti, i tedeschi gridavano “Bitte! Per favore!” Quelli che stavano negli strati di mezzo si lamentavano, ma quelli degli strati bassi non parlavano, perché il peso di due dozzine di uomini sopra di loro gli aveva fatto uscire le viscere e stavano morendo. “Maiali!” gridava il gruppo degli ospiti, continuando a martellare con forza, ma Shlomo stava appoggiato a una branda, e guardava e rideva come un meshugannet, un pazzo, il suo nome in codice quando era coi partigiani ebrei …
… Ormai il calorifero era incandescente, l’aria tremolava, gli aghi di pino apparivano come un miraggio, e Lola stava mangiando un’omelette di spinaci e funghi. La tagliava delicatamente in piccoli pezzi che poi spalmava di salsa al formaggio. «La assaggi», mi disse. «È quello che sognavamo ad Auschwitz.» «Mi ha detto che sognavate di vendicarvi», dissi assaggiando quella squisitezza. «Sognavamo anche quello. Sognavamo che avremmo… Ma su!» disse Lola, battendo la forchetta in modo perentorio. Il pollice era ancora deformato per l’incidente con la macchina per costruire le granate antiaeree ad Auschwitz. «Questo non significa assaggiare! Forza!» e mi passò il cuore della sua omelette, un grosso fungo che grondava di emmental fuso e di spinaci. «Grazie, Lola. Che cosa sognavate?» le chiesi. «Sognavamo di fare un giorno ai tedeschi quello che facevano a noi», disse Lola, sopraffatta dai ricordi. «Li avremmo costretti a stare in piedi nudi a venti gradi sotto zero, senza potersi muovere, umiliati come noi. Li avremmo costretti a sollevare pietre impossibili da sollevare, e a rompersi la schiena per trasportarle da un posto all’altro. Li avremmo picchiati fino a ridurli a una massa sanguinolenta, li avremmo…»
Lola fece una pausa. Rimestò in silenzio la sua omelette. Il torrente faceva sentire il suo mormorio e una rana gracidava, simile al cigolio della ruota di un vecchio carretto. «Lola, capisco», dissi. «Lo ha fatto, e non ne è orgogliosa.» «No, non è una cosa per cui vorrei portare una medaglia», concluse lei. Le scacciai un piccolo insetto dai capelli. All’altra estremità della terrazza un suonatore d’arpa accennava le note di un brano di Debussy, cinquanta o sessanta persone stavano sedute in silenzio, mentre un uomo in smoking stava in piedi accanto a una donna in abito da sposa. L’officiante disse: «Possiate ridere spesso, e possiate…» «Deve avere freddo, povera piccola», disse Lola e, ancora una volta, si lasciò andare ai ricordi. «Mia madre diceva che la vita è come il matrimonio. Diceva che noi nasciamo, e l’orchestra suona, e tutti mangiano, bevono, cantano, e ballano. Ma alla fine restano solo i rifiuti sul pavimento e noi siamo sempre più stanchi di tutti quei balli e canti. Ci avviamo alla porta, ci voltiamo a guardare quello che abbiamo lasciato e ci domandiamo: Abbiamo riso? Abbiamo pianto? Abbiamo fatto del bene? Poi usciamo lentamente e la porta si chiude alle nostre spalle. Ecco cosa diceva mia madre.» Lola sembrava pensierosa … «Guardiamo indietro», disse Lola, «e ci domandiamo: Abbiamo vissuto bene?»…





