Di Redazione – Cinquanta anni fa a Seveso avvenne una delle più gravi sciagure industriali del nostro paese. Dall’ICMESA di Meda in Brianza si propagò silenziosa una nube mortale, senza essere all’inizio riconosciuta come tale sia dall’azienda che dalle autorità. “Fu un atto di violenza capitalista istantanea con un lungo strascico ancora attuale. Oggi, perlomeno nell’occidente industrializzato, la stessa violenza è slow: uno stillicidio di contaminazioni difficile da riconoscere, silenzioso e distribuito nel tempo che prima o poi però emerge”, e il nostro territorio dell’Alto Milanese non ne è per niente immune …
10 luglio 1976 Alle ore 12.28 il “disco di scoppio” dell’impianto triclorofenolo dell’Icmesa di Meda in Brianza fece il suo dovere rilasciando la pressione che rischiava di farlo esplodere.

Due tecnici effettuano i prelievi di terreno per stabilire il grado di inquinamento dopo l’incidente all’Icmesa di Seveso – Ansa
Marco Caldiroli, Presidente di Medicina Democratica (tecnico della prevenzione) – il manifesto 11/07/2026
Il 10 luglio 1976, un sabato, alle ore 12.28 il “disco di scoppio” dell’impianto triclorofenolo dell’Icmesa di Meda in Brianza fece il suo dovere – come la valvola di sicurezza delle pentole a pressione – rilasciando la pressione che rischiava di farlo esplodere. Assieme alla pressione viene emesso un cocktail di intermedi chimici, comprensivo di circa 130 kg di diossine, tra i veleni più micidiali “involontariamente” associato alla produzione industriale di diverse molecole.
IL TRICLOROFENOLO contaminato da diossine era già famoso come intermedio per produrre l’agente Orange, arma chimica in uso all’esercito Usa per distruggere la giungla ove operavano i vietcong. Corsi e ricorsi della storia: oggi l’esercito israeliano usa un altro erbicida, il glifosato, per fare tabula rasa delle coltivazioni del sud del Libano.
L’evento coglie impreparate le istituzioni locali i cui ritardi ed errori amplificheranno le conseguenze, mentre sono invece attivi sul campo il Gruppo di Prevenzione e Igiene Ambientale della Montedison di Castellanza, Medicina Democratica, fondata pochi mesi prima, nonché tecnici e scienziati che ricostruiscono il ciclo produttivo con il consiglio di fabbrica Icmesa e individuano i fattori che hanno determinato il crimine: in primo luogo scorciatoie di processo, per incrementare il rendimento delle reazioni e accorciare i tempi, unitamente a sistemi di sicurezza carenti che non tenevano conto dell’ambiente e del contesto urbano. Il tutto illustrato nei dettagli sul numero di Sapere del dicembre 1976 intitolato “Seveso, un crimine di pace”.
SI ERA NEL PIENO del periodo delle rivendicazioni per la salute e la sicurezza dei luoghi di lavoro mediante l’autoorganizzazione dei lavoratori. Non delega ai tecnici, preminenza della soggettività operaia, centralità politico-tecnica e validazione consensuale dei dati tecnici da parte del gruppo omogeneo operaio di lavorazione (i lavoratori che condividono gli stessi rischi), rifiuto della monetizzazione della nocività e del rischio: erano le “parole d’ordine” di quell’esperienza che aveva messo a disposizione due strumenti: il “registro dei dati ambientali” (un “documento di valutazione dei rischi” ante litteram redatto dai lavoratori) e il “libretto sanitario e di rischio personale”, molto più della attuale “sorveglianza sanitaria” e comunque non delegato al medico “competente” o “di fabbrica”.
Le risposte istituzionali furono la militarizzazione del territorio e azioni prevaricanti sulla popolazione, ma alcune iniziative, come quella di realizzare un inceneritore in loco non passarono grazie all’azione del Comitato Tecnico Scientifico locale. Come è noto, la lezione fu europea. Si cercò di intervenire sugli impianti a rischio di incidenti rilevanti con la “Direttiva Seveso” (1982) che oggi, dopo tre revisioni, interessa 11.000 impianti in tutta Europa, 972 in Italia, 249 in Lombardia.
E dopo Seveso? Un rosario di “incidenti rilevanti”. A pochi mesi di distanza, settembre 1976, la Seveso del Sud: Manfredonia (FG), anche lì per inadeguatezza degli impianti ma con l’arsenico come veleno protagonista. La Farmoplant di Massa – ottobre 1978 e dicembre 1980 –, incendi di prodotti “fitosanitari”, passando il 3 dicembre 1984 da Bhopal in India per inaugurare i crimini dell’occidente industrializzato migrante che sposta le produzioni di morte nei paesi “in via di sviluppo”. Oltre 2.000 decessi immediati e 200.000 persone con danni permanenti.
LA FUSIONE del nocciolo a Chernobyl, il 26 aprile 1986, può essere incluso in questa sequenza e andrebbe ricordato ai fautori del nucleare sostenibile e dei “piccoli” reattori disseminati nel territorio. Anche il crimine ferroviario di Viareggio del 29 giugno 2009 ne fa parte: si trattò di un impianto a “rischio di incidente rilevante” viaggiante su carri ferroviari senza corretta manutenzione su una rete ferroviaria non adatta a tali trasporti. Più recentemente, arriviamo al crimine del deposito ENI di Calenzano, 9 dicembre 2024: 5 morti, 28 feriti e contaminazione ambientale.
“Incidenti rilevanti” continuano ad accadere in particolare nel settore petrolchimico: 40/50 eventi l’anno a livello europeo. Nel caso di Seveso ci si accorse anche della esistenza delle diossine: contaminanti planetari, prodotte involontariamente da molti processi (inceneritori, fusione di metalli, altre produzioni chimiche …); risalivano lungo la catena alimentare per tornare poi alle persone o permanevano e cumulavano nell’ambiente, allora e oggi.
QUELLO DI SEVESO fu un atto di violenza capitalista istantanea con un lungo strascico ancora attuale. Oggi, perlomeno nell’occidente industrializzato, la stessa violenza è slow: uno stillicidio di contaminazioni difficile da riconoscere, silenzioso e distribuito nel tempo che prima o poi però emerge.
È accaduto per l’amianto nel dopoguerra e con gli PFAS prodotti in Italia in modo estensivo dagli anni ’60, come è stato evidenziato al processo dell’ex Miteni di Trissino (VI), con una sentenza di primo grado esemplare di circa un anno fa. Il territorio di Seveso è oggi nuovamente ferito da un’autostrada, la Pedemontana, ostinatamente voluta dalle istituzioni attuali. Oltre a scavare in un suolo ancora contaminato, per la sua costruzione verranno erosi due ettari del Bosco delle Querce, il monumento vegetale voluto per ricordare un crimine che da cinquanta anni mette in discussione la nostra capacità di relazione con l’ambiente.
ARCHIVIO STORICO: Rivista n.3 Medicina Democratica – Settembre 1976 (DOSSIER ICMESA)
Rivista n.3 Medicina Democratica – Settembre 1976 (DOSSIER ICMESA)


