Di Giuseppe Marazzini –
Molti hanno conosciuto don Carlo Galli come prete impegnato nella sua missione evangelica; chi non ricorda per esempio il suo essere educatore nello spiegare ai fedeli la parola di Dio in una lezione senza pari. Credo tuttavia che siano pochi quelli che lo hanno conosciuto nelle vesti di “militante” contro le ingiustizie umane e le discriminazioni sociali. Io credo di essere tra questi pochi. In occasione del suo funerale sono stato tirato in ballo, mio malgrado, in un articolo apparso sulla Prealpina a firma di Luigi Crespi. Questo fatto mi ha riportato alla mente il lungo periodo di collaborazione e di amicizia con don Carlo durato circa 10 anni.
Sul finire dell’estate del 2003 – da poco più di un anno ero stato eletto consigliere comunale nel gruppo consiliare, come indipendente di Rifondazione Comunista insieme a Juan Pablo Turri – ebbi l’occasione di fare la sua conoscenza presso la redazione legnanese della Prealpina. L’incontro era stato organizzato da Luigi Crespi che aveva invitato oltre al sottoscritto anche Angelo Pisoni dei Verdi in rappresentanza dell’associazione “Nessuno è straniero a Legnano”. Ragione dell’incontro era fare il punto sulla situazione degli immigrati: l’abbattimento della ex Cantoni, dove da diversi anni una consistente comunità di giovani quasi tutti nordafricani viveva in condizioni di sopravvivenza estrema, si stava per completare e l’arrivo della stagione invernale era alle porte.
Don Carlo, spirito libero quale era, propose di fare l’emergenza freddo a Legnano, una iniziativa forte che in un primo momento mi lasciò perplesso. Dopo qualche istante di esitazione gli dissi “sì va bene, ma come la facciamo l’emergenza freddo?”
Gli antefatti e la povertà che uccide alla ex Cantoni
Nel marzo 2000, un’intera famiglia macedone composta da due bambini, due donne ed un uomo, muore bruciata a causa di un braciere acceso per riscaldarsi di notte.
Nel 2001, 150 immigrati vengono espulsi dalla ex Cantoni da un mega blitz delle forze dell’ordine, blitz attuato da 130 carabinieri provenienti da diverse parti d’Italia.
Dopo la cacciata dalla ex Cantoni un gruppo di tunisini fu ospitato da padre Gabriele della Chiesa dei frati che li collocò nei locali della parrocchia; erano tutti musulmani e con loro si instaurò una relazione di conoscenza anche per capire come mai così tanti giovani lasciavano Kesserine, una città della Tunisia centro-occidentale. Nell’occasione del Natale 2003 presso la mensa dei poveri si tenne una funzione religiosa in lingua araba con la presenza di un Imam.
Nel 2003 la ex Cantoni venne completamente abbattuta per fare spazio ad una speculazione urbanistica.
Con l’abbattimento della ex Cantoni seguì la diaspora dei disperati, gli immigrati si sparpagliarono per la città in cerca di un rifugio e occuparono altre aree industriali dismesse. Un gruppo si spostò presso la ex tessitura di via Bologna tentando una sorta di autogestione, un altro gruppo si portò presso la ex Pensotti di via Firenze e la ex Bernocchi di corso Garibaldi. Altri si collocarono presso altre piccole aree dismesse, altri ancora cominciarono a girovagare per la città. A ciò si aggiungeva la tribulata presenza dei Rom provenienti dalla Romania.
Avevo già conosciuto Pietro Oreto della Caritas e padre Gabriele Mattavelli con i quali mi incontravo quasi tutte le domeniche mattina alla Chiesa dei frati per fare il punto della diaspora dei tunisini cacciati dalla ex Cantoni. Insieme cominciammo a pensare come organizzare l’emergenza freddo. Il progetto si sviluppò tra ottobre e dicembre del 2003. L’obiettivo era quello di dare un tetto sopra la testa durante le notti invernali e un pasto caldo serale. I posti disponibili erano poco più di trenta e la durata dell’ospitalità doveva svolgersi tra gennaio a marzo. Si stabilirono i compiti che ognuno di noi doveva svolgere.
Don Carlo doveva reperire i moduli abitativi necessari per ospitare trenta persone e li trovò alla Franco Tosi allora in mano a Gianfranco Castiglioni (Casti Group), inoltre aveva anche il compito di coinvolgere e convincere le varie parrocchie sulla necessità dell’iniziativa. Oreto e padre Gabriele dovevano coinvolgere le varie Caritas, anche dei comuni limitrofi, per la sussistenza alimentare, le coperte e l’abbigliamento invernale. Oreto pensò anche all’anagrafe degli ospiti e ad informare le forze dell’ordine dell’iniziativa che stava per partire e la Croce Rossa per gli aspetti sanitari.
Io, in qualità di consigliere comunale, dovevo individuare il luogo dove mettere i moduli abitativi e relazionarmi con l’amministrazione comunale, in particolare con il sindaco di allora l’avvocato Maurizio Cozzi e con i tecnici comunali. Dopo vari sopralluoghi l’area individuata fu quella alle spalle del “Tiro a segno” in Canazza. L’area era sprovvista di acqua, di luce e di servizi igienici. Si sopperì a tali difficoltà affittando un potente generatore per la fornitura di energia elettrica alle stufette e alle luci, per l’acqua trovammo un grosso contenitore di circa mille litri, contenitore che secondo necessità sarebbe stato poi riempito dai pompieri di Legnano. Per le esigenze corporali furono affittati quattro servizi igienici da cantiere.
Per ragioni di sicurezza sociale ed ambientale fu disposto, anche se in modo artigianale, un servizio di controllo diurno e notturno. L’esperienza funzionò, tanto che don Carlo la ripropose per altri tre anni ma in una zona diversa della città. Chiusa l’esperienza dell’emergenza freddo dedicata agli immigrati nordafricani si aprì la stagione dell’emergenza Rom ed anche in questo caso la determinazione di don Carlo favorì l’incontro di uomini di buona volontà, anche se con convinzioni culturali diverse, in ragione di un bene superiore e cioè superare le ingiustizie terrene.
P.S. Ricordo, sorridendo, che quando mi recavo da don Carlo in San Magno per arrivare al suo ufficio dovevo attraversare alcuni spazi aperti dove alcune signore erano impegnate ad ordinare pratiche parrocchiali. Man mano che mi avvicinavo alla porta dell’ufficio di don Carlo mi seguivano con uno sguardo interrogativo e un po’ sospettoso, come a dire … ma questo chi è che si permette di entrare senza appuntamento… d’altronde don Carlo era un Monsignore. Non sapevano però che don Carlo mi aveva rilasciato una sorta di lasciapassare virtuale. Lui stesso mi indicava preventivamente i giorni e gli orari in cui potevo accedere senza formalità e questo almeno una volta la settimana nei periodi cruciali. Don Carlo voleva essere costantemente informato sulle varie problematiche inerenti al progetto e se c’erano problemi con l’amministrazione comunale. Alla difficoltà che gli prospettavo mi diceva sempre “…ce la farà”.
Prealpina 05 10 2022_Don Galli


