Una breve ma intensa testimonianza di Shlomo Venezia, ex-deportato di Auschwitz, assegnato al Sonderkommando di uno dei grandi crematori di Birkenau e unico sopravvissuto italiano di quelle squadre. Autore del libro “Auschwitz Sonderkommando” è stato impegnato soprattutto con le giovani generazioni, a mantenere viva la memoria affinché quanto accaduto possa non ripetersi mai più. E’ morto a Roma nel 2012
… Dopo che ci hanno assegnato i compiti, quando hanno aperto la porta di una camera a gas, non era come la prima sera, allora era il sotterraneo, la sala dove la gente si svestiva. Quando veniva la gente, la prima cosa che diceva il tedesco era: “Achtung, achtung”, con quella voce che ti entrava dentro le ossa. C’erano in quella stanza degli attaccapanni e ognuno di questi aveva un numero. Il tedesco diceva a tutti di appendere la loro roba e di ricordarsi il numero del proprio attaccapanni così da ritrovarla quando sarebbero usciti dalla doccia e da non creare confusione. La gente così era convinta di andare a fare la doccia e, infatti, c’era una grande stanza con tante docce finte. Alcuni cercavano di andare per primi in modo da finire prima, per esempio le donne con i bambini piccoli. Questi andavano e si mettevano sotto la doccia e cominciavano a strofinarsi. Non c’erano finestre, ma l’acqua non veniva mai.
La gente continuava ad entrare completamente nuda. Alla fine, quando erano entrati tutti fino all’ultimo e c’erano circa 1.500 persone, queste cominciavano a sospettare. Dicevano: “Dobbiamo fare la doccia, l’acqua non arriva, le persone sono tutte pigiate”. I primi ad arrivare ormai avevano capito che qualcosa stava per succedere e volevano uscire, ma appena si avvicinavano venivano presi a frustate dal tedesco. Infine chiudevano la porta, simile a quella dei frigoriferi dei macellai, una doppia porta con al centro lo spioncino per vedere l’interno. Il tedesco che stava fuori aveva la possibilità di accendere la luce e per lui questo interruttore era come un gioco, perché poteva vedere la reazione delle persone che restavano all’improvviso al buio e per loro era come essere già morte. Quando riaccendeva la luce, quelli tiravano un sospiro di sollievo e così andava su e giù, finché arrivava il solito furgoncino con la croce rossa ai lati e veniva il tedesco che, dal retro della costruzione, apriva la botola che era camuffata dall’erba quando non c’era la neve e metteva dentro questo gas velenoso che si chiama Zyklon B.
Dopo dieci minuti tutti quelli che stavano dentro erano asfissiati e si mettevano all’opera quelli che erano addetti. Io dovevo tagliare i capelli. Il mio amico che faceva il dentista aveva avuto una pinza e uno specchietto come i dentisti, però doveva aprire le bocche ed estrarre i denti d’oro. Ora vorrei che qualcuno facesse qualche domanda, so che è difficile. Altre volte mi hanno chiesto, per esempio, se qualcuno sia mai rimasto vivo nella camera a gas. Era difficilissimo, eppure una volta è rimasta una persona viva. Era un bambino di circa due mesi. All’improvviso, dopo che hanno aperto la porta e messo in funzione i ventilatori per togliere l’odore tremendo del gas e di tutte quelle persone – perché quella morte era molto sofferta – uno di quelli che estraeva i cadaveri ha detto: “Ho sentito un rumore”. Normalmente quando uno muore, dopo un po’ finché non si assesta, il corpo ha dentro dell’aria e fa qualche rumore. Abbiamo detto: “Questo poverino, in mezzo a tutti questi morti, comincia a perdere il lume della ragione”. Dopo una decina di minuti ha sentito di nuovo. Abbiamo detto: “Tutti fermi, non vi muovete”, ma non abbiamo sentito niente e abbiamo continuato a lavorare.
Quando ha sentito di nuovo, ho detto: “Possibile che senta solo lui? Allora fermiamoci un po’ di più e vediamo cosa succede”. Infatti, abbiamo sentito quasi tutti un vagito da lontano. Allora uno di noi sale sui corpi per arrivare laddove veniva il rumore e si ferma dove si sente più forte. Va vicino e, insomma, là c’era la mamma che stava allattando questo bambino. La mamma era morta e il bambino era attaccato al seno della mamma. Finché riusciva a succhiare stava tranquillo. Quando non è arrivato più niente si è messo a piangere – si sa che i bambini piangono quando hanno fame. Il bambino era quindi vivo e noi l’abbiamo preso e portato fuori, ma ormai era condannato. C’era l’SS tutto contento: “Portatelo, portatelo”. Come un cacciatore, era contento di poter prendere il suo fucile ad aria compressa, uno sparo alla bocca e il bambino ha fatto la fine della mamma. Questo è successo una volta in quella camera a gas. Ci sono tanti racconti, ma io non racconto mai cose che hanno visto gli altri e non io …
ISTRUTTORIA CONTRO I SERVITORI DEL NAZISMO
di Enzo Collotti (Il manifesto, 22.05.2004)
A Francoforte, nel 2004 la mostra «Il processo Auschwitz, 40 anni dopo»
Promossa dal Fritz Bauer Institut e allestita nella stessa sala dove si confrontarono vittime e aguzzini, dal dicembre 1963 all’agosto 1965, la mostra ricostruisce il primo processo innanzi a un tribunale tedesco per i crimini di Auschwitz. Un evento che si rivelò fondamentale per far uscire il lager dall’indistinto di una nebulosa destinata a incarnare il male assoluto e per rompere rimozione e tabù della giustizia e dell’opinione pubblica tedeschi su strutture, meccanismi e responsabili della distruzione di massa di vite umane.
Il 20 dicembre 1963 si aprì a Francoforte sul Meno il primo grande procedimento processuale contro un gruppo di 22 appartenenti alla guarnigione del campo di sterminio di Auschwitz; altri due processi all’ex comandante del campo Hoess (processato e giustiziato a Varsavia) e a una quarantina di altri membri della guarnigione (processati a Cracovia) erano stati celebrati nel corso del 1947 in Polonia. Degli 8.000 membri che si erano alternati nella guarnigione di Auschwitz meno del 10 per cento complessivamente fu chiamato a rispondere davanti a un tribunale per la loro partecipazione ai crimini nazisti. Il processo di Francoforte si concluse il 20 agosto del 1965, dopo oltre un anno e mezzo di dibattimento. Si trattò di un processo destinato a fare epoca perché ruppe definitivamente l’inerzia della giustizia tedesca nei confronti della punizione dei crimini nazisti e aprì una fase nuova nella sensibilizzazione sia della magistratura che in generale dell’opinione pubblica sul tema dei crimini del nazismo e del genocidio. Non a caso quindi, a quarant’anni dalla celebrazione del processo, il Fritz Bauer Institut di Francoforte ha allestito una originale e importante mostra, ospitata nella stessa storica sala (nel Bürger-Haus Gallus) nella quale si svolse la maggior parte dei lavori del processo. Mostra che costituisce un cospicuo esempio e contributo per una ricostruzione storica, ma anche e soprattutto per una politica della memoria diretta a coinvolgere anche e soprattutto le generazioni più giovani (la presenza di intere classi di scuola con i loro insegnanti è uno dei segni caratteristici del tipo di pubblico cui è indirizzata una iniziativa del genere) attraverso un progetto conoscitivo tanto impegnativo quanto stimolante per lo sviluppo di una cultura politica e non solo di un semplice aggiornamento storico.
La mostra, distribuita su due piani, sviluppa la sezione storica negli stessi locali che ospitarono il dibattimento, non rinunciando perciò a esaltare la suggestione del luogo. Mentre altri locali sono destinati a una seconda sezione che è dedicata alla ricezione letteraria e artistica del processo, la cui risonanza costituì una vera cesura per la coscienza pubblica in Germania, che da allora non poté più eludere la resa dei conti con il complesso del passato nazista simboleggiato dal nome di Auschwitz.
Il percorso della mostra muove dai precedenti della punizione per i crimini nazisti per soffermarsi in primo luogo sull’attività preparatoria che rese possibile l’identificazione degli imputati e l’individuazione dei superstiti testimoni, grazie alla tenacia del procuratore generale Fritz Bauer e all’instancabile attività dell’allora responsabile dell’Associazione internazionale dei sopravvissuti di Auschwitz, il viennese Hermann Langbein, ex combattente di Spagna prima di finire nei campi di sterminio nazisti, uno degli uomini che più hanno operato per lo studio del sistema concentrazionario e per il lavoro critico pedagogico con le generazioni più giovani, autore di un fondamentale volume sulla società concentrazionaria (Uomini ad Auschwitz, ed. it. Mursia, 1984), che utilizza fra l’altro i materiali del processo, cui dedicò anche il primo grande resoconto documentario, Der Auschwitz-Prozess, 1965, in due volumi.
Si può dire che soltanto con il processo di Francoforte Auschwitz è uscita dall’indistinto di una nebulosa destinata a incarnare il male assoluto per dare vita a una rappresentazione realistica delle strutture e dei meccanismi che presiedevano alla distruzione in massa di vite umane, mettendo a confronto le biografie di coloro che operarono dalla parte dei carnefici (iTäter) e quelle delle vittime (Opfer). L’ampio e importante catalogo che accompagna la mostra (un volume di poco meno di novecento pagine, Auschwitz-Prozess 4 Ks 2/63 Frankfurt am Main, a cura del Fritz Bauer Institut) si apre non a caso con l’immagine fotografica di tutti coloro che testimoniarono nell’aula del Gallus, in grande maggioranza polacchi, cechi, tedeschi, russi e di altre nazionalità, in massima parte ebrei. Un campionario di ritratti, uomini e donne, che rappresenta di per sé un capitolo di un percorso della memoria. Uomini e donne non solo di nazionalità diverse ma di diverse provenienze, classi sociali e professioni che furono in un certo senso amalgamati dal ruolo di potenziali destinatari della camera a gas.
Dei 22 Täter chiamati davanti alla Corte, la mostra mette in evidenza sei biografie: sei appartenenti al gruppo dirigente del Lager, tutti rilasciati dopo brevi periodi di detenzione successivamente alla liberazione del campo, tutti reinseriti in una normale e onorevole attività professionale. Quando fu arrestato, nel novembre del 1960, Robert Mulka, l’imputato più in alto nel vertice di Auschwitz, come aiutante del comandante del Lager, faceva il commerciante ad Amburgo; Victor Kapesius, che si fregiava del titolo accademico di dottore in farmacia, al vertice dei servizi sanitari del Lager, era farmacista e titolare di un salone di cosmetica; Wilhelm Boger, già tra i più elevati funzionari del comando di Auschwitz, responsabile di torture e di omicidi plurimi, era impiegato in una azienda commerciale; Hans Stark, addetto alla Gestapo di Auschwitz e alla accoglienza ai deportati, era insegnante in una scuola agraria; Josef Klehr, al vertice dei servizi sanitari del Lager come responsabile del Comando disinfezione e gassazione, esercitava l’attività di falegname; Oswald Kaduk, nel vertice della guarnigione, già condannato dai sovietici e poi graziato, alla data dell’arresto era infermiere in una casa per anziani a Berlino ovest. Come si vede, altrettanti esempi di responsabili del sistema concentrazionario che si erano riciclati e mimetizzati nella vita borghese. Un esempio abbastanza tipico di una fase della ricostruzione nella Germania ovest in cui importante non era la persecuzione dei crimini ma la loro rimozione e la riabilitazione e reintegrazione silenziosa dei tanti servitori del regime nazista (su cui si veda fra l’altro l’importante saggio di Wolfgang Benz nel catalogo della mostra).
Da notare che le biografie dei sei imputati che ho citato, negli spazi a ciascuna di esse dedicati, sono accompagnate da estratti sonori delle loro deposizioni, una espressione fonica consentita da tecnologie moderne delle quali gli studiosi devono ancora imparare a valutare pienamente l’utilizzazione e il significato, al di là di quanto si percepisce immediatamente dall’alternanza di toni, di accentuazioni, dal punto di vista della ricostruzione dell’atmosfera e dell’ambiente.
La seconda parte della mostra, dedicata alla risonanza che ebbe allora il processo, mette in evidenza attraverso i molti commenti di stampa riprodotti, il significato di rottura del silenzio, di rottura di un tabù che fu l’effetto più prossimo e diretto che fece seguito al dibattimento e alla sentenza. Non fu l’entità delle pene inflitte che avrebbe assicurato ai posteri l’importanza del processo del 1963-65, ma il fatto stesso che esso fosse stato celebrato.
E’ chiaro che tra le testimonianze letterarie un posto particolare non poteva non essere riservato al grande lavoro teatrale di Peter Weiss Die Ermittlung (L’istruttoria), messo in scena nel 1965 a Berlino ovest e a Berlino est. Per la rappresentazione alla Freie Volksbühne di Berlino ovest il grande regista Piscator chiese la collaborazione di Luigi Nono che creò, nello Studio di fonologia della Rai di Milano, la partitura per voci e nastro magnetico Ricorda cosa ti hanno fatto in Auschwitz, che accompagnò anche la messa in scena al Piccolo di Milano. La fortuna di quest’opera di teatro-documento di Weiss non interessa qui tanto per la sua esemplarità estetica e le implicazioni di poetica e linguistica teatrale che comporta, ma per il significato politico e civile che il suo successo rivestiva, coinvolgendo in misura inaspettata un pubblico solo apparentemente indifferente, spingendolo ad accelerare e ad approfondire un processo di acquisizione di una consapevolezza ancora non interamente interiorizzata.
L’ampiezza degli echi nel mondo intellettuale e culturale è documentata da nomi più noti – Jaspers, Hannah Arendt – e meno noti; le cronache della stampa – tra le quali spiccano quelle che saranno raccolte in volume da Bernd Naumann, allora corrispondente della Frankfurter Allgemeine Zeitung – sono assai significative anche per la loro funzione comunicativa verso i terzi dell’effetto di rivelazione e per l’avvio di un discorso pubblico di cui si facevano interpreti. Né manca una nota piccante nell’inevitabile confronto tra il celebre saggio Unser Auschwitz che Martin Walser pubblicò nel primo numero del «Kursbuch» di Enzensberger nel 1965 e nelle parole con le quali lo stesso scrittore avrebbe espresso alla Fiera del libro del 1998 in toni nazionalconservatori il suo rifiuto di accettare la permanenza del ricordo degli orrori, definita ora «la rappresentazione eterna della nostra vergogna» (i neonazisti avrebbero parlato di National masochismus).
Infine, da non dimenticare che, con l’occasione della mostra, si è provveduto a mettere in vendita (a costi sicuramente contenuti) in edizione digitale tutta la documentazione del processo che era stata registrata (al confronto si pensi che del più importante di questi processi celebrati in Italia, quello del 1976 per i crimini della Risiera di S. Sabba, non esiste alcun resoconto registrato, i due volumi a suo tempo pubblicati dall’Aned a cura di Adolfo Scalpelli sono un miracolo di ricostruzione giornalistica), una vera iniziativa pionieristica di cui spetterà agli storici valutare a fondo il significato.
Dopo la mostra berlinese sull’Olocausto, quella amburghese sui crimini della Wehrmacht, questa sul processo di Francoforte del 1963-65 costituisce un ulteriore prezioso anello di una serie di iniziative che si collocano come altrettante tappe di un percorso e di una politica della memoria. In conclusione, per valutarne pienamente l’impatto sulla cultura politica e sulla società tedesca vorrei sintetizzane alcune delle incidenze che, partendo dall’immediato, lavorarono in profondità nelle coscienze di pubblico e di studiosi.
Anzitutto, rievocando il ruolo di Fritz Bauer, la mostra affronta i risvolti del rapporto tra la politica e l’amministrazione della giustizia che da lì (in concomitanza con il lavoro della centrale di Ludwigsburg) fu incoraggiata a intervenire, superando inerzie e riserve mentali in molti casi che coinvolgevano direttamente il processo al passato. Più del processo ad Eichmann di Gerusalemme del 1961, fu dal processo di Francoforte che magistratura, storici e opinione pubblica tedeschi registrarono una sensibilità nuova per i crimini del nazismo e più in generale per la nuova concettualizzazione dei crimini contro l’umanità.
Non meno significativa fu la ricaduta del processo nei confronti della storiografia. Anche qui fu merito del procuratore Bauer avere coinvolto nel processo ai fini della contestualizzazione degli eventi alcuni storici che stavano avviando ricerche pionieristiche sul regime nazista, facendo capo all’allora assai promettente Institut für Zeitgeschichte di Monaco di Baviera. I pareri (Gutachten) che allora formularono Hans Buchheim, Helmut Krausnick, Martin Broszat e Hans-Adolf Jacobsen furono pubblicati in prima edizione nel 1965 in un libro dal titolo Anatomie des SS-Staates, che da allora rimane un’opera di riferimento fondamentale per chiunque studi il regime nazista, a dimostrazione della fecondità della stimolazione reciproca tra giustizia e storiografia.
Infine, non è da trascurare la parte che svolse allora la stampa quotidiana nel fornire una informazione attenta e quindi nell’accostare i lettori, il pubblico, alla familiarizzazione con fatti e problemi la cui presenza e attualità nel contesto della società tedesca doveva risultare più forte di ogni inclinazione alla rimozione.
La mostra di Francoforte si rivela pertanto non soltanto una rievocazione storica di grande rilievo ma anche un contributo alla riflessione su come si costruisce un percorso della memoria e di come questa memoria deve essere costantemente aggiornata.
IL LABIRINTO DEL SILENZIO
di Giulio Ricciarelli – Germania 2014
Pellicola liberamente ispirata alla storia vera del Procuratore tedesco di religione ebraica Fritz Bauer , mostrata nel film attraverso le vicende di un personaggio immaginario che lavora accanto a Bauer , il giovane procuratore Johann Radmann.
Nato a Stoccarda nel 1903, Bauer si è Laureato in Legge già negli anni ‘10, diventando il più giovane laureato in Legge della sua Zona, nel 1920 ottenne incarico di giudice assessore presso il tribunale di Stoccarda. Nel 1935, due anni dopo la presa del potere di Hitler e dopo un breve periodo di reclusione in un lager a Heuberg per aver organizzato uno sciopero generale contro i Nazisti, decise di emigrare prima in Danimarca. Da qui, Bauer fu uno degli ebrei salvati dalla popolazione non ebraica danese con l’emigrazione nella Svezia neutrale organizzata nel 1943 dai cittadini stessi per impedire la deportazione degli ebrei di quello stato nei campi di sterminio. Tornato in Germania nel 1949, tornò ad esercitare la sua professione nel sistema giudiziario della Germania Federale, fino a giungere al ruolo di Procuratore Distrettuale di tutta l’Assia con sede a Francoforte nel 1956, incarico da lui tenuto fino alla sua improvvisa morte nel 1968. Ed è proprio qui a Francoforte che si svolge l’azione del film.
Fritz Bauer è oggi ricordato soprattutto come il procuratore che ebbe un ruolo chiave nel rintracciamento e nella consegna alla Giustizia di numerosi criminali nazisti che si erano macchiati di atrocità nel campo di sterminio di Auschwitz Birkenau e che dopo la guerra non erano mai stati perseguiti per le loro gravi responsabilità, ma anzi, si erano perfettamente “riciclati” nella società tedesca della Germania dell’Ovest , spesso addirittura riprendendo le loro normali attività lavorative di prima della guerra . Tutti questi criminali furono perseguiti in un processo organizzato nel 1963 a Francoforte e oggi ricordato come “Il Processo di Auschwitz”.







