Di Redazione – Chissà quante operaie ed operai sono finiti al confino per aver reagito ai soprusi del regime fascista e di cui non abbiamo notizia. Portare alla luce queste “microstorie” è molto importante, perché ci insegnano che a volte le parole non bastano e quindi è necessario agire. Oggi il confino non è più in vigore, ma quando i salariati alzano la testa per rivendicare misure più eque, in diversi casi, la risposta è il licenziamento o la chiusura della fabbrica.
Le partigiane del lavoro. Storia delle donne che fecero sciopero nel 1941 alla Savoia Marchetti.
La Prealpina 11 giugno 2023 – pag.43
Negli scioperi varesini di inizio anni Quaranta, ci sono alcuni tratti comuni. «Essi – racconta Claudio Mezzanzanica – vedono spesso protagonisti giovanissimi e molte donne». Inoltre ritorna spesso la richiesta di aumenti salariali: Un grammo di margarina. «Molti beni di consumo venivano dati dal regime. Ma era pochissimo: si pensi che era stata stabilita la fornitura di appena un grammo di margarina al giorno per ogni componente della famiglia. E così, per non morire di fame, molti si rivolgevano al mercato nero dove, però, i prezzi, nel corso degli anni della guerra, erano schizzati verso l’alto. Questo stato di insoddisfazione sociale portava i più oppressi ad avanzare le proprie rivendicazioni sul posto di lavoro dove spesso avveniva la repressione della classe operaia.
Di Nicola Antonello –
È il 1941, durante la Seconda guerra mondiale l’Italia sta subendo una serie di sconfitte anticipatrici del tracollo finale e, nell’agosto di quell’anno, partì pure la Campagna di Russia. L’economia era chiaramente programmata per sostenere il conflitto e, in provincia di Varese, uno degli stabilimenti “simbolo” degli armamenti era la Savoia Marchetti di Sesto Calende, l’antenata dell’attuale Leonardo. Lì si costruivano tredici velivoli utilizzati dalla Regia Aeronautica durante la Seconda guerra mondiale.
Migliaia di documenti
Qui, il 14 settembre 1941, un gruppo di cinquecento donne decide di scioperare. “Osano” incrociare le braccia. E, per questo, cinque di loro, quelle ritenute a capo della protesta vengono arrestate e spedite per un anno al confino, in Abruzzo. Si tratta di Maria Cavilli, Rosa Arbeilla, Maria Ghilardi, Natalina Sibilia e Agnese Taffi. A recuperare questa storia, rendendo omaggio a queste “Partigiane del lavoro” è stato Claudio Mezzanzanica, ricercatore di storia varesino, durante un lavoro di repertazione e consultazione di migliaia di documenti custoditi presso l’Archivio di Stato di Varese nei faldoni della prefettura e della questura.
Aumento di salario
In particolare si è scoperto che, in provincia di Varese, prima dello storico sciopero del 30 marzo 1943 presso la Carrozzeria Macchi, ce ne furono altri sette, finora rimasti sepolti nella storia. Fra essi vi è, appunto, quello della Savoia Marchetti. Nella fabbrica di aerei di Sesto Calende, la mobilitazione iniziò, come riporta il verbale della questura, quando alcune operaie si rivolsero a Maria Cavilli, che era più istruita e pratica degli uffici di direzione perché, a nome delle colleghe, andasse a chiedere un aumento di salario.
Succede il finimondo
A quel punto, tramite dei bigliettini, furono coinvolti altri reparti, che aderirono alla richiesta. Le risposte dell’azienda? Evasive. E così le donne, durante la pausa colazione, in refettorio, decisero di protestare, rimanendo nel locale fino alle ore 14, anziché tornare al lavoro, come previsto, alle ore 13. Alcune operaie cominciarono a gridare «Vogliamo un aumento di paga», che venne ripetuto anche da altre donne, circa cinquecento. Una protesta breve, pacifica, che sarebbe rimasta all’interno dell’azienda. E, invece, succede il finimondo. D’altronde non c’è da stupirsi: a quell’epoca, tra olio di ricino e bastonate, non si andava tanto per il sottile.
Spedite al confino
Tant’è che di questo episodio furono ritenute responsabili perché «promotrici e istigatrici» le cinque donne sopra citate. Non solo, successivamente la pena fu decisamente inasprita, perché, le donne furono arrestate e addirittura mandate un anno al confino, in qualche paesino sperduto dell’Abruzzo, con la “colpa” di «aver svolto un’attività contrastante con le direttive del regime».
Classe operaia
Tutte, come racconta Mezzanzanica «avevano famiglia e si erano recate dai vertici aziendali con l’idea del dialogo, perché non riuscivano ad arrivare a fine mese. Invece trovarono un muro. E così, partì una protesta dal basso, che coinvolse tantissime colleghe. La risposta ricevuta, invece, fu pesantissima e ricordò a tutti come si dovesse soltanto rimanere al proprio posto, senza alzare la testa, sfacchinando e facendo la fame. La pena? Il confino e la vita rovinata. Mi è sembrato giusto rievocare la storia di queste combattenti per la libertà che rischiava di essere dimenticata. Invece queste donne sono il simbolo della grandiosità della classe operaia».
Gli altri scioperi dimenticati in provincia
Il lavoro di Claudio Mezzanzanica ha permesso di recuperare le storie di alcuni scioperi dimenticati. Ecco qualche esempio.
- Maggio 1941. Cotonificio Cantoni di Castellanza: gli operai chiedono l’applicazione delle integrazione previste. Sollecitati dall’operaia Vanoni decidono di fare una sottoscrizione perché possa recarsi al ministero a Roma per perorare la causa. L’operaia Vanoni viene arrestata al ritorno.
- 14 ottobre 1943, Società italiana celluloide di Castiglione Olona: riduzione dell’orario di lavoro decisa dall’impresa. Le donne scioperano per protesta se non viene pagato lo straordinario e non si presentano al lavoro.
- 24 febbraio 1943, Cemsa di Saronno: Sciopero di 75 donne per richiedere aumenti salariali. Due vengono denunciate.
- 3 settembre 1943, stabilimento tessile Enrico Candiani di Busto Arsizio: 400 operai scioperano per due giorni per vari aumenti. Vengono arrestati in 15 (13 donne), tutti deferiti al tribunale militare.
Un pezzo di storia dell’impresa italiana
La Siai-Marchetti, (chiamata Savoia-Marchetti tra gli anni Venti e Quaranta) era una delle principali ditte aeronautiche italiane. Fondata nel 1915, la svolta arrivò sette anni, quando l’ingegnere Alessandro Marchetti divenne capo progettista e s’iniziarono a realizzare i velivoli più significativi, tra questi il Savoia-Marchetti S.55 delle crociere atlantiche e l’S.M.79 Sparviero, forse il più famoso aereo italiano della Seconda guerra mondiale. Il periodo tra gli anni Venti e Trenta rappresentò l’apice dell’azienda, che vedeva i suoi idrovolanti protagonisti di diverse imprese aeronautiche. A metà degli anni Trenta inizia l’affermazione come costruttrice di aerei terrestri, dopo una prima produzione dedicata agli idrovolanti. Merito della fama certamente l’S.M.79 Sparviero, che volò per la prima volta nel 1934, concepito originariamente come trasporto veloce, e poi sviluppato come bombardiere e aerosilurante. Fu prodotto anche da altre ditte: Officine meccaniche reggiane (gruppo Caproni) e Aeronautica Umbra (gruppo Macchi).
Uno strumento di controllo sociale
Il confino fu un’istituzione intesa come misura di prevenzione, prevista dall’ordinamento giuridico italiano dal 1863 al 1956. Poteva essere imposto dalle autorità di pubblica sicurezza su denuncia di un privato, d’ufficio e anche senza la necessità di un processo regolare e di una condanna penale. Scopo dichiarato del confino era quello di prevenire l’esecuzione di reati da parte di persone ritenute “predisposte”, o “sospette”, ma che non avessero ancora compiuto atti punibili attraverso il carcere. Il confino fu di fatto anche uno strumento di controllo sociale, punitivo nei confronti di chiunque avesse comportamenti ritenuti “sconvenienti” o “immorali” ma non punibili attraverso le leggi, per esempio gli omosessuali o le prostitute. Durante il periodo fascista si aggiunse pure il cosiddetto confino politico, utilizzato per motivi politici (cioè per impedire la propaganda ostile al regime da parte di persone che non avessero commesso reati contro l’ordine pubblico) e non di prevenzione di reati comuni.





