Di Redazione – Un articolo di Berlino Magazine sugli attuali sviluppi politici attorno a Alternative für Deutschland il partito di estrema destra che sta guadagnando consensi e voti nel paese. Storicamente dalla fine della guerra fredda la Germania è stata sempre un paese attento e allergico a certi estremismi. Ora però di fronte a certi interessi economici e/o per incapacità politica il rischio di sdoganare partiti come AfD è estremamente elevato. In Italia siamo attenti e consci del pericolo che Futuro Nazionale e C. può rappresentare per i valori della nostra democrazia? Oppure il tutto viene come spesso banalizzato? La rete nera internazionale però è come sempre ben attiva e presente ovunque.
Berlino Magazine – 27 aprile 2026
Il muro contro AfD non è ancora caduto, ma in Germania ormai tutti vedono che da solo non basta più.

In Germania c’è una parola che negli ultimi anni è diventata quasi un simbolo morale prima ancora che politico: Brandmauer, letteralmente “muro tagliafuoco”. Vuol dire questo: tutti i partiti democratici, dalla CDU di centrodestra alla SPD di centrosinistra, passando per Verdi e sinistra, si impegnano a non governare con l’AfD, il partito di estrema destra oggi primo o quasi nei sondaggi nazionali. È una linea nata perché l’AfD non è una destra conservatrice normale: il partito è stato descritto dai servizi interni tedeschi come un’organizzazione razzista e anti-musulmana, e negli anni suoi dirigenti hanno accumulato una quantità impressionante di episodi che, in qualsiasi altro Paese europeo con memoria storica, basterebbero da soli a chiudere la discussione. Björn Höcke, uno dei suoi volti più influenti, è stato condannato per aver usato uno slogan delle SA naziste; Maximilian Krah, ex punta di diamante del partito in Europa, arrivò a dire che le SS “non erano tutte criminali”.
Per questo in Germania ogni crepa in quel muro viene osservata con enorme attenzione. E la crepa delle ultime settimane non è teorica. Nel Bundestag, il Parlamento federale, il candidato AfD Malte Kaufmann ha ottenuto 16 voti per diventare vicepresidente della commissione economia, anche se il suo partito in quella commissione ha solo 10 membri. Tradotto: almeno sei voti sono arrivati da altri partiti. Verdi e Linke hanno accusato soprattutto una parte della CDU, il partito conservatore del cancelliere Friedrich Merz, di aver aiutato un uomo dell’AfD in una votazione segreta. Kaufmann non è stato eletto, ma il segnale politico è stato fortissimo.
Qui però bisogna stare attenti a non raccontarla in modo troppo semplice. Dire che “la Brandmauer è fallita” può essere un titolo efficace, ma rischia di essere anche una scorciatoia. Il muro tiene ancora sul piano formale: nessuno, a livello federale, governa con l’AfD e nessun grande partito ha annunciato un’alleanza ufficiale. Il problema è un altro: il solo rifiuto dell’AfD non sta fermando l’AfD. Anzi. Quando nel 2018 la CDU formalizzò il divieto di collaborazione, il partito era molto più piccolo; oggi l’AfD è arrivata a un record del 28% in un sondaggio INSA, quattro punti sopra la CDU/CSU al 24%. E nell’est del Paese, dove il malessere economico e identitario è più forte, i numeri sono ancora più pesanti. In Sassonia-Anhalt, per esempio, Reuters segnala sondaggi fino al 41%.
È questo il punto più scomodo. I partiti tradizionali tedeschi — la CDU a destra moderata, la SPD a sinistra riformista, i Verdi, i liberali dell’FDP, la sinistra della Linke — continuano a dire, giustamente, che con l’AfD non si governa. Ma il sistema politico tedesco si sta frammentando così tanto che una coalizione costruita solo come “tutti contro AfD” è sempre meno sostenibile. I governi diventano più deboli, più larghi, più litigiosi, e questo finisce spesso per rafforzare proprio il partito che si voleva isolare. Reuters notava già ad aprile che, con questi numeri e con gli altri partiti che escludono la cooperazione con l’AfD, le maggioranze possibili si restringono a coalizioni di tre partiti, spesso fragili e innaturali.
Ma da qui a pensare che la soluzione sia aprire alla destra radicale ce ne passa. Perché la normalizzazione dell’AfD non sarebbe un dettaglio tattico: sarebbe un salto storico e morale. Non stiamo parlando di un partito “scomodo” ma pienamente democratico. Stiamo parlando di una forza in cui esponenti di primo piano hanno flirtato con slogan nazisti, relativizzato le SS, diffuso propaganda islamofoba e cavalcato un linguaggio etnico-identitario che in Germania, per ragioni ovvie, non può essere trattato come folklore. La crisi dei partiti tradizionali è reale. La loro incapacità di parlare a una parte del Paese pure. Ma confondere questo fallimento con una giustificazione dell’AfD sarebbe l’errore più grave di tutti.
In fondo è questa la contraddizione tedesca del 2026: la strategia del “mai con loro” non basta più, ma il “con loro” resta politicamente e storicamente inaccettabile. E finché i partiti democratici non troveranno qualcosa di più solido di un muro simbolico, l’AfD continuerà a crescere proprio contro quel muro. Anche partendo da episodi che sembrano minori, come una votazione segreta in commissione. Perché in Germania, ormai, anche i dettagli cominciano a somigliare a prove generali.



