Di Rino Lattuada – La cura della salute dei cittadini è ormai, come ben sappiamo, diventata in primis fonte di profitto e poi, successivamente, assume il suo ruolo sociale fondamentale di cura della persona a cui spetta. Da questo circolo vizioso e pericoloso non viene escluso nemmeno quello che risulta essere un problema sociale gravemente sottovalutato, anche a causa di interessi economici, che è la salute mentale. Esistono problemi di dipendenze e psichiatrici, di cui nella maggior parte dei casi non si riesce a capire quali siano le cause e gli effetti, spesso anche per incompetenza professionale di chi dovrebbe curare.
L’inchiesta di Ludovica Jona, che riportiamo, porta alla luce una situazione paradossale e tragica, in cui una persona, che fatto il suo percorso di cura e riabilitazione, avrebbe tutto il diritto, in libertà e consapevolezza, di potersi reinserire nella società, ma che, di fatto, a causa di un infernale meccanismo burocratico e di interessi non ben chiari, non lo può fare.
Per contro ci sono situazioni all’opposto, l’altra faccia della medaglia, in cui ci sono persone che dovrebbero e vorrebbero essere curate e non possono farlo per varie problematiche: strutture che non accolgono, servizi territoriali che, spesso, sono impotenti per mancanza di fondi e personale. Un esempio di una tale situazione, di cui ho conoscenza certa, riguarda una persona con problemi di dipendenza e psichiatrici, che è stata rifiutata, con le motivazioni più varie, da più di 50 strutture di cura e riabilitazione… e questo sta avvenendo in Lombardia. Purtroppo, tali problematiche, però, sono ormai uguali dappertutto e vanno oltre le varie gestioni sanitarie regionali.

In trappola: i nuovi manicomi.
Ludovica Jona* – Il manifesto o3/06/2025
«Vivo nella residenza di Colle Cesarano. Sono entrato sano e ora mi trovo così angosciato e disamorato da lasciarmi andare. Sono anni che vengo sbattuto da una struttura all’altra. La libertà è diventata un’utopia. In passato ho commesso qualche errore ma ora non ho più nulla a che fare con gli stupefacenti: che motivo ho di continuare a soffrire, apprezzando le cose belle della vita?». Così Paolo (nome di fantasia) scriveva due anni fa al suo giudice tutelare, dopo che la detenzione domiciliare di 8 mesi per piccoli reati legati alla droga si è trasformata in segregazione nel circuito di residenze psichiatriche convenzionate con la regione Lazio. «Non voglio finire la mia vita in una Rsa e morirci – scriveva con una calligrafia regolare – ho ancora molte energie e non voglio annientarmi così. La vita è bella e io voglio viverla: non ricordarla, ma viverla».
QUANDO abbiamo conosciuto Paolo, a marzo, siamo andati a trovarlo nella Rsa della provincia di Roma dove, nonostante le sue suppliche, è stato poi trasferito. Lo abbiamo invitato a pranzo in un ristorante poco distante dalla struttura ma la dirigenza ci ha negato il permesso perché l’amministratore di sostegno si è opposto, senza fornire spiegazioni. «Paolo non ha pendenze penali, tuttavia il giudice tutelare su istanza di una delle residenze in cui ha dimorato lo ha affidato a un amministratore di sostegno», spiega l’avvocato Daniele Ingarrica che è stato suo legale nel periodo della detenzione domiciliare. Tutte e tre le strutture (residenze psichiatriche e Rsa) dove Paolo ha risieduto in quasi un decennio facevano capo al gruppo Sage, acquistato nel 2021 dalla multinazionale francese delle case di riposo Clariane (ex Korian), che nel Lazio possiede quasi 2mila posti letto per anziani (circa 1.500), pazienti psichiatrici e disabili. I posti letto per pazienti psichiatrici convenzionati con la regione Lazio fruttano alle società che li detengono rette mensili di circa 4.500 euro al mese. Nel Lazio queste residenze assorbono circa il 70% del budget per la salute mentale (a livello nazionale la percentuale è del 50%) secondo Daniela Pezzi, che è stata l’ultima presidente della consulta regionale sul tema (fino all’abrogazione di questa figura indipendente nel 2022).
«LE LISTE D’ATTESA per la riabilitazione psichiatrica sono spesso lunghe e l’unica ragione per cui un paziente viene mantenuto in cura è la sua esigenza clinica» commenta Clariane. Tuttavia, in una relazione del settembre 2021 redatta su carta intestata della residenza psichiatrica Colle Cesarano (200 posti letto in provincia di Roma) leggiamo che Paolo è «stabile sul piano clinico», non ha più dipendenze dalla droga, si relaziona bene con gli operatori, è regolare nel prendere la terapia e la sua diagnosi «psicosi non ben specificata» provoca disabilità «lievi». Tuttavia, lo psichiatra e i due psicologi che firmano il documento affermano che le ragioni per cui non può vivere all’esterno siano «la situazione economica» e «l’assenza di una rete di supporto esterna». Addirittura definiscono lo struggente desiderio di libertà di Paolo un «ostacolo alla relazione terapeutica».
IL CENTRO di salute mentale pubblico (Csm) cui Paolo fa riferimento ha allegato per anni relazioni come questa, contenute in un documento dal titolo «Progetto terapeutico riabilitativo personalizzato» (Ptrp), alla richiesta di rinnovare il finanziamento regionale per la sua permanenza in struttura. «Esiste una quota di persone residenti in strutture psichiatriche residenziali la cui dimissione viene continuamente posticipata, non perché le loro condizioni cliniche e il loro livello di funzionamento sociale non consentano una vita indipendente, ma perché i servizi pubblici di salute mentale non hanno le risorse per garantire a tutti i progetti di vita indipendente assistita», spiega Antonio Maone, psichiatra che da anni si occupa del tema dell’assistenza residenziale a Roma. Questo percorso avviato da strutture private e validato dal Csm non è accettabile per Stefano Anastasia, garante delle persone private della libertà personale nel Lazio: «Qualsiasi intervento di sostegno alle fragilità deve essere orientato all’autonomia della persona e, se non in casi eccezionali, di effettiva e totale non autosufficienza. Non può tradursi in una istituzionalizzazione sine die, né il vincolo economico può diventare tale da prevedere una sistematica istituzionalizzazione dei non abbienti: bisogna lavorare a soluzioni abitative in gruppi appartamento sostenuti dai servizi sociali territoriali».
I GRUPPI APPARTAMENTO nel Lazio sono poco diffusi: dei 10 Dipartimenti di salute mentale (Dsm) cui abbiamo chiesto il numero dei pazienti beneficiari attraverso istanze di accesso agli atti, solo 6 hanno risposto fornendo il numero di 301 potenziali beneficiari complessivi (35 nella Asl Rm 1, 113 della Rm 2, 33 nella Rm 3, 49 nella Rm 4, 44 nella Rm 6 e 27 a Rieti). Al contrario, il budget regionale per le strutture psichiatriche è in crescita: si è passati dai 69 milioni di euro del 2019 agli 86,5 milioni per il 2024. A questi si aggiunge la spesa per le case di cura per anziani dove vengono mandati pazienti psichiatrici, anche giovani, se non ci sono altre soluzioni. A giugno 2024 chi scrive ha chiesto, tramite istanze di accesso agli atti (Foia), alle 16 società proprietarie di strutture psichiatriche nella regione Lazio con oltre venti posti letto il numero e l’età dei pazienti che risiedono nelle loro residenze da oltre due anni e la pianta organica del personale. Le tre società acquisite dalla multinazionale francese, Geress Srl e Lob Srl (ex gruppo Sage) e Italian Hospital Group, si sono rifiutate di fornire i dati nonostante il difensore civico regionale glielo avesse ordinato. Dopo il nostro ricorso al Tar, a dicembre i giudici amministrativi hanno confermato l’obbligo per le società di inviarci le piante organiche del personale (ma non il numero di anni durante i quali i pazienti sono rimasti in queste strutture, che quindi rimarrà segreto).
AD OGGI solo Geress Srl e Italian Hospital Group hanno fornito, se pur in ritardo rispetto alla richiesta del Tar, la pianta organica, mentre Lob Srl non l’ha ancora inviata. La documentazione ricevuta risulta conforme ai requisiti minimi regionali per il personale, tuttavia Massimiliano Rizzuto, responsabile della sanità per la Cgil Lazio, sottolinea che le piante organiche spesso non riflettono le condizioni reali: «Vi sono indicate anche persone che sono in malattia da un anno, senza che sia stato inserito un sostituto» perché «i controlli dei Csm sono molto rari». Inoltre, «se un infermiere viene usato per fare un lavoro di reception resta indicato come infermiere». E ancora: «Le difficoltà economiche e normative stanno abbrutendo i lavoratori e la qualità dell’assistenza ai pazienti si abbassa». Il sindacalista sottolinea come nel Lazio l’assistenza psichiatrica e quella agli anziani le fanno quasi tutte i privati «che hanno come obiettivo gli affari», così «hanno ottenuto una forza politica enorme».
Questa inchiesta è stata realizzata con il supporto di #IJ4EU e Journalismfund Europe
*Ludovica Jona è co-autrice con Elisa Storace del podcast “Tutta Colpa di Basaglia” prodotto da Piano P e del libro “Franco Basaglia, passato e presente di una rivoluzione” edito da Sperling & Kupfer



