di Diario Legnanese –
È una imprecazione ricorrente nel mondo del lavoro, in modo particolare quando il rapporto di lavoro esce dalle regole scritte ed assume aspetti degradanti per migliaia di lavoratrici e lavoratori. Il “padrone di merda”, magari anche in difficoltà, non cerca un sano e trasparente confronto con i propri dipendenti ma esercita su di loro le più meschine operazioni per metterli con le spalle al muro.
Ricatti salariali, pressioni psico-fisiche, vessazioni e minacce di licenziamento sono azioni che si ripetono quotidianamente. E quando ciò non bastasse il “padrone di merda” chiude l’azienda, l’ufficio, il bar-pizzeria, etc. e sparisce senza pagare i compensi dei dipendenti e i contributi previdenziali.
Quelli più colpiti sono le lavoratrici e i lavoratori più giovani, che per stato di necessità sono costretti ad accettare condizioni di lavoro e di salario in nero o in grigio. Il rapporto annuale dell’Ispettorato del lavoro del 2018 informa di aver rilevato irregolarità nel 70% degli accertamenti effettuati, con un aumento del 5% rispetto all’anno precedente, nonostante siano state controllate il 10% in meno di imprese.
Che la situazione del lavoro in nero, sottopagato, non pagato e senza sicurezza sociale, è pesante e grave, lo si evince anche da alcuni dati di casa nostra presentati dalla CGIL del comprensorio territoriale Ticino-Olona.
Nel 2018 la CGIL lombarda ha recuperato 54 milioni di euro di crediti e ha aperto oltre 27 mila pratiche. Sono 5.695 le vertenze in corso per recuperare stipendi mai pagati. In un anno quasi 6 milioni di crediti recuperati nel comprensorio Ticino-Olona. Non osiamo immaginare quanto ancora c’è da recuperare da situazioni non ancora denunciate.
Non è semplice organizzarsi e resistere ai soprusi in particolare quando si è in condizioni di precariato sociale, ma un gruppo di giovani precari di Bologna ha deciso di denunciare i soprusi con una modalità, magari discutibile, ma efficace.
Bologna, “Il padrone di merda” vendica i lavoratori sfruttati
di Veronica Andrea Sauchelli – 06/12/2019 – DINAMO press
Un collettivo anonimo ha colpito alcuni datori di lavoro disonesti nel capoluogo dell’Emilia-Romagna. E c’è già chi invoca ordine e sicurezza contro i precari che pretendono il rispetto dei loro diritti. Sul loro sito le FAQ iniziano così: «Chi siete». «Un gruppo di precari, giovani e non, che abitando a Bologna e avendo sempre lavorato in contesti di sfruttamento hanno deciso di unirsi e farla pagare ai Padroni scorretti, che sfruttano, molestano e guadagnano sulle nostre spalle». «Perché indossate le maschere?». «Perché siamo lavoratori anche dei posti che andiamo a contestare, non abbiamo tutele sindacali e spesso neanche contratti, ci possono licenziare quando vogliono. Inoltre la maschera è un simbolo per non personalizzare le nostre azioni, in quanto dietro la maschera ci possono essere tutti e il nostro obbiettivo è moltiplicarci ovunque».
Quella che portano in giro per Bologna è una semplice maschera bianca. Arrivano in gruppo, si assiepano davanti a un locale, un braccio alza un megafono, il megafono alza una voce. La voce è una testimonianza. Di chi? No, non di chi la sta leggendo, non necessariamente. Di qualcun altro, forse comunque presente, che potrebbe essere due passi più avanti, magari ad attaccare adesivi sulla vetrina del locale in questione. Nient’altro che un tondo bianco con sopra un uomo tutto baffi, cilindro e bastone. Attorno, una scritta: Il padrone di merda Bologna.
L’idea è nata a gennaio di quest’anno. È successo parlando, un corridoio universitario alle spalle, una macchinetta del caffè davanti. Il contenuto del dialogo non si conosce, il risultato, sì: la consapevolezza di avere un problema collettivo che si chiama sfruttamento, la conseguente decisione di fare qualcosa, la successiva creazione di una pagina Facebook con un nome che già sappiamo.
In appena undici mesi Il padrone di merda è riuscito a raccogliere 8mila follower, dunque mediamente 700 persone al mese. Questo perché in Italia i giovani che subiscono condizioni lavorative inaccettabili sono un esercito. Hanno dai 18 ai 35 anni, alcuni studiano, altri no. Molti sono laureati ma finiscono comunque a fare lavori umili, pagati 5 euro l’ora, tendenzialmente in nero. I più fortunati hanno contratti furbi che coprono solo un’esigua parte del monte ore effettivo. Quest’ultimo si chiama “lavoro grigio” e, così come quello nero, è in costante aumento.
Tutte le immagini sono dell’autrice




