Di Marinella Saitta, 26 giugno 2026 –
Da bambina, in estate, da nonna, ricordo una Sicilia che a mezzogiorno sembrava trattenere il respiro. Le imposte erano chiuse non per nascondersi dal mondo, ma per tenere fuori il sole. Le finestre socchiuse lasciavano passare appena un filo d’aria. Le sedie rimanevano vuote davanti alle case, i vicoli si facevano silenziosi, i cani cercavano un pezzo d’ombra e perfino le cicale sembravano cantare più piano. Non era povertà. Era un modo di vivere il caldo. Lo si rispettava, perché contro il sole di luglio non si vinceva: ci si adattava.
Oggi, invece, combattiamo il caldo. Entriamo in un negozio e troviamo diciannove gradi. In auto ne impostiamo venti. In ufficio diciotto. Abbiamo trasformato l’estate in una guerra contro la temperatura. Ma c’è un dettaglio che mi fa riflettere: l’aria condizionata non è democratica. C’è chi può permettersela e chi no. Chi lavora in un ufficio climatizzato e chi monta un ponteggio sotto quaranta gradi. Chi torna in una casa fresca e chi deve scegliere se accendere il condizionatore o pagare la bolletta.
Forse quelle imposte chiuse non erano solo un rimedio al caldo. Erano il simbolo di una comunità che aveva imparato a cambiare ritmo quando la natura lo imponeva. Oggi chiediamo alla tecnologia di adattare il clima ai nostri orari. Ieri erano le persone ad adattare i propri orari al clima. Non era un mondo perfetto, ma forse ci ricordava una cosa importante: non tutto si risolve premendo un pulsante.
Il vero lusso, oggi, non è avere il condizionatore. È poter decidere se accenderlo. Perché la povertà energetica non si vede come una casa senza tetto, ma si sente nelle notti d’estate, quando qualcuno dorme al fresco e qualcun altro resta sveglio ad aspettare che arrivi un po’ di vento.

Titolo: Quando si chiudevano le imposte
Tecnica: fineliner 0,3 su carta spolvero.
Anno: giugno 26.6.26. il giorno perfetto



