Di Redazione – In Bosnia nei giorni di luglio del 1995, più di 8mila musulmani sono stati massacrati dalle forze della Repubblica Srpska (Serbo bosniaca). Trent’anni dopo, il conflitto è ancora tra negazionismo e memoria. Quanti conflitti, massacri e genocidi del nostro tempo ci sono ancora dopo il genocidio di Srebrenica … La vera Pace ci potrà essere quando anche il male assoluto del negazionismo si sarà estinto e tutti gli orrori non verranno mai più ripetuti. La colpa di tutti questi orrori non è mai dei popoli, ma dei poteri e l’uso malefico che ne fanno i loro vertici.

Foto AP/Armin Durgut – Foto AP/Armin Durgut 11/07/2026
Di Alessandro Portelli – il manifesto 12/07/2026
È una giornata luminosa sulla riva della Drina, in Bosnia, poco lontano da Srebrenica. Il sole, il fiume, i boschi, il silenzio – è un luogo bellissimo. Sotto i miei piedi, dove mi trovo ora, c’era una fossa comune, una delle decine in cui dopo il 1995 i serbo-bosniaci hanno malamente sotterrato le migliaia di musulmani ammazzati per farli sparire da quella parte di mondo. Viene in mente Toni Morrison: «c’è da chiedersi se anche l’inferno non è un posto carino».
Si chiama Srebrenica 1995 Inferno la canzone che ricorda quei giorni – «Madre, padre, sorella, fratello, dove siete? Vi sogno tutte le notti, dovunque vado … E ora la Bosnia è mia madre, Srebrenica mia sorella, non sono più sola …». In questi giorni di luglio, nel 1995, con la passività colpevole del contingente Onu che era lì per proteggerli, più di ottomila musulmani – uomini, donne, tutte le età, tutti i mestieri, tutti senz’armi – sono stati massacrati dalle forze della Repubblica Srpska.
Io sono qui per una scuola estiva internazionale di studi sul genocidio: una trentina di ragazze e ragazzi di venti paesi, compreso un bel contingente italiano venuto da Bolzano. Qui sulla parola “genocidio” nessuno fa cavilli e distinzioni: di questo si è trattato, di far sparire un popolo intero per ripulire il territorio e la memoria. Gli unici che negano che di genocidio si sia trattato sono, ovviamente, quelli che l’hanno commesso. Ogni anno, attorno all’anniversario, si scatena la contronarrazione: la strada fra la città serba di Bratunac e Srebrenica è fiancheggiata da striscioni e da fotografie con le facce dei caduti serbi (tutti maschi giovani, in età militare). Come a dire, le vittime siamo noi, non c’è stato nessun genocidio. Sulla piazza di Srebrenica, un enorme cartellone con le facce di due pope dalla lunga barba annuncia la commemorazione dei caduti serbi. Sono passati trent’anni, dice una ragazza che è nata dopo ed è cresciuta altrove, ma viviamo ancora in tempi di dopoguerra. La guerra continua come guerra fra negazionismo e memoria.
Al Memorijalni Centar di Srebrenica, Azir Osanoivic mi apre gli scaffali dove sono conservati centomila oggetti personali, donati dalle famiglie delle vittime del genocidio, o estratti dalle fosse comuni – un braccialetto, uno scialle, una dentiera, un violino… Lui aveva tredici anni ed era riuscito a nascondersi insieme a suo padre; ma sua madre e sua sorella erano nella disperata colonna di diecimila rifugiati in cerca di salvezza attraverso le montagne verso la zona libera di Tuzla (lì la strage c’era stata un mese prima, 71 ammazzati il 25 maggio), finché l’esercito della Repubblica Srpska li intercetta sulla collina di Kamenika e ammazza in poche ore milletrecento persone. «A chi era ancora vivo gridano, dateci i soldi e i gioielli o ammazziamo anche voi. Mia sorella aveva dei marchi tedeschi nelle suole delle scarpe. La madre le fa togliere le scarpe, prende i marchi e li butta via nel vento. Loro si sono salvate ma ogni volta che torno su questa collina vedo i fantasmi di quei fogli di carta che volano nell’aria».
Ibrahim, che mi riporta in macchina a Sarajevo, racconta che suo padre ce la fece ad arrivare a Tuzla (lui infatti è nato lì, dopo), ma perse due fratelli. Non c’è nessuno che non abbia una storia così. Gli chiedo: come mai tutte le moschee qui intorno sembrano nuove di zecca e si somigliano tutte? E lui: durante la guerra il novanta per cento delle moschee sono state distrutte, e le abbiamo ricostruite dopo, per questo sono così nuove e tutte uguali (e penso al paradosso per cui, in piena isteria islamofoba, tanti massacri del nostro tempo – Rojava, Gujarat, Gaza, Bosnia – sono storie di vittime musulmane e perpetratori di tutte le altre religioni, rivelate e non).
Su un’altra collina, in fondo a una valle dove sono state trovate una dozzina di fosse in un paio di chilometri, un’operatrice della International Commission on Missing Persons ci spiega che le fosse comuni servivano a far sparire le tracce dei massacri («pensavano che non saremmo più tornati», commenta un operatore del Centro), ma alla fine della guerra, quando sono cominciate le ricerche, per non farle trovare le hanno riaperte, ripreso e gettato i pezzi dei corpi alla rinfusa in fosse comuni “secondarie”. Parla per un’ora sotto al sole, si interrompe solo per la voce del muezzin dalla moschee in cima al colle, e riprende raccontando il lavoro terribile di identificare quei pezzi di corpi, quelle ossa sparse, ricomporle, permettere alle famiglie di dargli la sepoltura di cui hanno bisogno. Una ventina di Fosse Ardeatine, tutte in una volta.
Il Memorijalni Center è un luogo di memoria e di ricerca che intreccia competenza e passione, intelligenza e dolore. Installazioni video, documenti d’epoca, proiezioni grafiche, oggetti ritrovati, una sterminata galleria di foto e di nomi (non c’è “un” genocidio, ma ottomila assassinii, uno per uno), una interminabile fila di scarpe che ricorda un’installazione analoga a Birkenau. E una biblioteca, un ammirevole archivio audiovisivo di storia orale, una galleria video di montaggi di interviste («La persona più importante della mia vita era un’amica serba. Andavamo a scuola insieme, noi li andavamo a trovare a Natale e loro venivano a trovare noi a Eid… Poi si sono formati i partiti, e si è sparso l’odio nell’aria»).
Azir mi accompagna al cimitero dove sono sepolte le vittime (o si attende di poterle ritrovare e seppellire). Sono ottomila steli bianche ritte come candele sul verde della collina fino al bosco. Dall’alto, ha la forma di un fiore, «una cosa viva», dice.
Racconta una studentessa del corso (lei è venuta dalla Slovenia, ma la sua famiglia è di qui): «Quando ci siamo andati a visitarlo, il cimitero era pieno di farfalle scure che volavano fra le tombe e venivano pure a posartisi addosso. C’è una credenza nella mia famiglia: se muore una persona cara, si reincarna in forma di farfalla. Forse non è vero. Ma qualcosa significa».




