di Alessandro Robecchi – Jacobin Italia 01/2019
– Senza sinistra è una pratica quotidiana a nata dall’esperienza, temprata dall’impotenza, morsicata dal bisogno. Senza sinistra è lo spuntone in acciaio sulle sedute pubbliche, alla stazione, sui muretti, accanto ai monumenti, dove si intende che il sostare improduttivo non è gradito agli sguardi, non conviene, turba l’ordine economico. Senza sinistra è il design cattivo, la panchina «antibivacco» per non farci dormire il barbone, è il gioco di tubi sulla grata che manda aria calda per farlo dormire al freddo. Senza sinistra è punizione costante, vigilanza, mercato.
Senza sinistra è la casa sfitta.
Senza sinistra è la moltitudine di poveri che difende il ricco e indica come nemico il più povero ancora, e poi quello più ancora, senza sinistra è il penultimo che picchia l’ultimo.
Senza sinistra è la famiglia Joad dall’Oklahoma alla California a metà dei vecchi anni Trenta, senza sinistra è Josefa dal Camerun alla Libia al mare alla vigilia dei nuovi anni Venti.
Senza sinistra è l’algoritmo, il braccialetto elettronico, la telecamera. Senza sinistra lo straordinario estorto. Il cottimo risorto? Senza! Il «meglio che niente»? Senza! Senza sinistra gospel. Senza sinistra blues.
Senza sinistra è il trucco del portafoglio con il filo, che scappa via quando ti chini a raccoglierlo. Senza sinistra è la favola eterna delle due fasi. Fase uno: sacrifici e poi vedrete che… Fase due… spiacenti non si può fare.
Senza sinistra è la truffa a del merito, la retorica del merito, la vergogna del merito, una gara in cui si fissa il traguardo, ma non il punto di partenza.
Senza sinistra è il taglio di tutto ciò che è pubblico, senza sinistra è le mani che si allargano e la faccia impotente: «Eh, è il mercato, che ci vuoi fare».
Senza sinistra è non volerci fare niente, infatti. Senza sinistra è l’accumulo di vite per fare un reddito, il furto di vite in cambio di un reddito.
Senza sinistra è non ce la faremo mai.
Senza sinistra è quasi tutta la sinistra che si vede qui e ora, che orgogliosamente si chiama sinistra sì, ma i mercati, sì, ma i piccoli azionisti, sì ma l’azienda, sì, ma l’ordine, sì ma il decoro.
Senza sinistra è si ma.
Senza sinistra è il discorso della pena e del dolore, commozione, partecipazione, solidarietà che si arresta di fronte al discorso del conflitto, dei rapporti di forze. Sì, ma senza sporcare. Sì ma senza far danni.
Senza sinistra è il contagio dello scandalo padronale: «Ecco, scioperano sempre al venerdì».
Senza sinistra è ti pago in visibilità.
Senza sinistra fa curriculum.
Senza sinistra è la rabbia privatizzata, rancore personale, odio singolo che non si incanala, senza sinistra like, senza sinistra soft, senza sinistra incrementa il traffico, sei felice? Fatturi?
Senza sinistra è chiamare «privilegi» i diritti, senza sinistra è combattere – allora sì – i privilegi. Senza sinistra è una pratica quotidiana di ognuno di noi, di chi se ne accorge, di chi non se ne accorge, di chi passa per caso e ci cade dentro, e sangue, e dita, e fratture multiple. Senza sinistra è un tombino per la strada, pertugio e trappola. Colla densa intorno, ambiente naturale, habitat. Così senza sinistra da faticare a immaginarla.
È il perfetto romanzo del nemico: se il migliore dei mondi possibili si misura in fatturato, eccoci, questo lo è. Senza sinistra è ciò che non funziona applaudito come un successo, il vecchissimo venduto come nuovo, schiavitù e buoni pasto per lo zio Tom.
Molto altro, oltre a questo, è senza sinistra. E senza sinistra non se ne esce.
Alessandro Robecchi, scrittore e autore satirico, è nella squadra di sceneggiatori che scrive gli spettacoli di Maurizio Crozza e collabora con il Fatto quotidiano. Il suo ultimo libro è Follia maggiore (Selerio).



