Di Redazione – C’è l’emergenza siccità e si spreca l’acqua. Siamo uno dei Paesi che consuma di più, ma agli ultimi posti per efficienza delle reti idriche. Ma ci si ricorda del problema solo quando c’è una crisi, per dimenticarsene subito dopo.
Antonia Matarrese – “Gaia” ecologia, non violenza, tecnologie appropriate – Autunno 2024.
Il mese di aprile 2024 è stato il più caldo di sempre, in bilico fra un 16,7% di zone in allerta arancione e un altro 1,5% dove la situazione si tinge di rosso, comprese alcune regioni del Sud Italia. Le analisi dell’Osservatorio Valore Acqua pubblicate nel Libro Bianco 2024, conferma l’Italia come uno dei paesi più “idrovori” d’Europa, al primo posto per consumo di acqua minerale in bottiglia (249 litri pro capite, 159 in più della media Ue) e al terzo per consumo domestico di acqua potabile con 62 mc annui pro capite. L’infrastruttura idrica resta obsoleta, con il 41% dell’acqua dispersa nelle reti di distribuzione (dati 2021), 8.303,8 mc/km annui di perdite lineari, l’Italia è a fondo classifica per perdite idriche. E «fanno acqua» pure gli investimenti nel Servizio Idrico Integrato, 59 euro/abitante, ben sotto la media Ue di 82 euro.
SICCITÀ E ALLUVIONI
Edoardo Borgomeo, che insegna Gestione delle risorse idriche a Cambridge e ha vinto nel 2023 il Premio Asimov per la divulgazione scientifica (giuria di studenti) col libro “Oro blu. Storie di acqua e cambiamento climatico” (Laterza): «Il ciclo dell’acqua è alterato: pensiamo all’alluvione in Emilia-Romagna dove in due giorni è caduta la pioggia di due mesi. Quando la temperatura si alza, evapora più acqua, e l’aria calda è capace di trattenere più vapore acqueo. Siccità e alluvioni sono le facce della stessa medaglia: quando si verifica la prima, subito dopo arrivano le seconde. È un ciclo idro-illogico per cui ci ricordiamo dell’importanza della gestione dell’acqua solo quando c’è una crisi. Inoltre in tutta la penisola esiste il problema dello stoccaggio: dighe e bacini, il “conto in banca” dell’acqua, si riempiono di sedimenti che è oneroso pulire. Per quanto riguarda l’agricoltura, il comparto che assorbe di più, andrebbe incentivata l’irrigazione a goccia ma anche una scelta più intelligente delle coltivazioni adatte nei vari terreni. Sintetizzando: la gestione della siccità è una questione politica. Potrebbe sorgere un impianto di desalinizzazione a Olbia?».
DISSALATORI?
Per non compromettere la stagione estiva, in Sardegna Giovanni Sanna, che, col gruppo Studiovacanze, gestisce 18 strutture turistiche, i dissalatori li ha comprati di tasca propria: «Una località come Budoni passa da 6 mila a 50 mila abitanti e abbiamo oltre 10mila posti letto», spiega Sanna che ha investito 260mila euro. «Il primo è in funzione alla Caletta di Siniscola e relativo porto turistico. In assenza di piogge non vedo alternative e prevediamo di acquistarne altri». Se i primi a essere sacrificati dalla siccità sono i campi e gli allevamenti, dopo ci sono i turisti. Per non parlare del lungo elenco delle incompiute: nel 2015 i consorzi sardi hanno speso 12 milioni per realizzare opere di gestione delle acque reflue, collaudate e mai entrate in funzione. Nel frattempo, le aziende a secco della Nurra (nord-ovest della regione) hanno visto scemare la raccolta dei carciofi. In Baronia (Nuoro), esiste un progetto di invaso da 100 milioni di mc all’interno di un parco, per cui alcuni sindaci sono contrari.
Dalla Sardegna alla Sicilia
Nell’agro di Caltanissetta la diga di Gibesi attende di essere ultimata: attorno, 15 mila ettari a uva da tavola e pesche. A valle, il Comune di Licata non ha acqua. «Contiamo almeno una ventina di dighe mai collaudate e, se continua così, mangeremo le angurie importate dall’Egitto visto che quelle della piana di Catania avranno vita dura», denuncia Confagricoltura Sicilia. «Nell’isola i danni più ingenti si vedono sui foraggi: il poco fieno che c’era si è bagnato e le spighe di grano inconsistenti; gli alberi da frutta, privati delle ore di freddo necessarie per la buona maturazione. Il problema è anche sociale perché si ripercuoterà sull’occupazione. Non vogliamo il contributo di 100 euro a ettaro ma che le reti siano riparate, che si incentivino i dissalatori». La Regione ha calcolato che servono 700 milioni per affrontare l’emergenza. Si inizia con 300 milioni per invasi, reti e acquedotti: dalla diga Garcia nel Palermitano a Messina per l’impianto di Piana di Mojo. E, nella nuova programmazione una quota sarà destinata a rimettere in funzione i dissalatori di Trapani, Porto Empedocle e Gela.
PROBLEMI ANCHE AL CENTRO ITALIA «Il problema maggiore è derivato dalle scarse nevicate che alimentano la Sorgente del Verde a Fara San Martino con un gettito di 1.200 litri/secondo con cui copriamo 1’80% del fabbisogno», spiega il presidente Sasi, gestore idrico del Chietino a servizio di 87 Comuni. «Quest’anno sulla Maiella è caduto un solo metro di neve contro i 6 del 2023. E, lungo la costa da Ortona a Vasto, sono attesi 450 mila turisti che si sommano ai 200 mila residenti. Avremmo bisogno di 1.500 litri di acqua al secondo e ne abbiamo 1.200. Grazie ai fondi del Pnrr stiamo lavorando sulla ricerca perdite e su una nuova condotta oltre a un potabilizzatore dal lago di Casoli. Negli ultimi 10 anni abbiamo investito 200 milioni».
LA COPERTA È SEMPRE TROPPO CORTA «11 60% dei fiumi italiani è in sofferenza, si parla molto dell’acqua superficiale, ma poco delle falde: metà dei corsi sotterranei è di qualità scadente», sottolinea Augusto De Sanctis, attivista di Forum H2O. «Il Testo unico dell’Ambiente dice che le Regioni devono individuare i bacini potabili, ma sono quasi tutte inadempienti: in aree fondamentali per l’approvvigionamento idrico hanno realizzato cave di pietra». L’Espresso




