L’ultimo lavoro di Alexandra Leclère, ricordiamo ‘Les Soeurs fachées, 2004; Le Prix à payer, 2007; Maman, 2012, è una commedia leggera e allo stesso tempo ironica, spiazzante: film che coglie contraddizioni, pregiudizi, resistenze, sul tema dell’accoglienza. Titolo, ‘Le grand partage’, da noi ‘Benvenuti …ma non troppo’. In Francia è un inverno durissimo, grande freddo, neve; una delle prime scene ci porta su un corteo che marcia per rivendicare alloggi e stipendi minimi. Tra i tanti volti ecco Béatrice e Grégory Bretzel, la prima insegnante, il secondo intellettuale e scrittore, entrambi militanti di sinistra. A lato della strada, Christine e Pierre Dubreuil, decisamente schierati a destra; soprattutto Pierre, rivolge al corteo parole sprezzanti, ancor piu’ quando nel gruppo vede sfilare proprio Béatrice e Grégory con la figlia in spalla. Le due famiglie, quartiere prestigioso di Parigi, sesto arrondissement, Rive Gauche, abitano nello stesso palazzo; ogni giorno in ascensore o sulle scale, provocazioni, insulti. Insomma, Libèration vs Le Figaro.
Visto il freddo eccezionale, il governo francese per evitare che precari e senza alloggio passino l’inverno al gelo, obbliga i cittadini che vivono in appartamenti con metratura superiore ai cento metri quadrati, ad accoglierli per il periodo invernale. Da qui, una serie di situazioni e rovesciamenti di campo che mettono in evidenza come sinistra e destra, almeno in alcuni personaggi, dimostrano avversità profonda, viscerale, all’idea di ospitare persone sconosciute, straniere, nella propria casa. Béatrice, figlia di comunisti, impegnata in molte lotte sociali, è radicalmente contraria al provvedimento, nonostante Grégory le ricordi a piu’ riprese i valori della sinistra, le battaglie fatte. Pierre, che all’inizio critica aspramente la scelta governativa cercando scappatoie poco credibili – “vedi cosa vuol dire votare a sinistra!” – a poco a poco trova una chiave di lettura nuova, inaspettata, rispetto al suo modo di valutare (e giudicare) quanto accade intorno a lui. Come mai?
Un giorno, fuori dall’ufficio, vede un giovane seduto sul marciapiede, semiassiderato e gli offre il giaccone. Una svolta. Sarà poi l’incontro con una senza fissa dimora, la cuoca Madeleine, a segnare definitivamente il suo rapporto con gli altri, toccando con mano la realtà di chi vive per strada, realtà dura, faticosa, ma che rivela tracce insperate di umanità. Il film, pur con qualche lacuna, mette in evidenza la grettezza di una società opulenta che rifiuta in tutti modi, vedi Béatrice, di mettersi in gioco uscendo dalla cultura della proprietà privata. Un mondo intoccabile.
Cosa succede, se non siamo noi a chiedere alle istituzioni d’intervenire creando centri di accoglienza, (luoghi necessari), ma sono le istituzioni a chiederci di essere pronti a condividere gli spazi che abitiamo? E se fossimo noi i profughi, diseredati, i senza tetto, non vorremmo che la società, le persone, cogliessero almeno con atti di buona volontà il nostro desiderio di casa, luogo di affetti e relazioni oltre che di spazi e arredi? Se ci diamo da fare per salvare i beni comuni, aria, acqua, la piazza del paese dove viviamo, non può diventare bene comune anche quello privato quale condizione transitoria di ospitalità e restituzione per qualcosa che gli altri hanno perduto, malgrado loro? Fino a che punto è contraddittorio parlare di un ‘privato comunitario’, quando gli eventi dicono di emergenze continue oltre quelle del freddo e del gelo raccontate nel film?
La regista sceglie il tema della casa perché sensibile, così emergono rifiuti e ipocrisie verso chi è fuori dal mondo, nella definizione di Alessandro Dal Lago, tutti quelli che sono, ‘non persone’. Accogliere, è un processo che si realizza attraverso dialogo e confronto, rischio e scoperta, piacere e fatica, visto che non è dato scoprire (e riscoprirsi), senza rischiare almeno un po’. E’ il passaggio finale che porta Béatrice a una consapevolezza diversa, quando superate le dichiarazioni generiche, di facciata, esplora i vissuti di chi le sta attorno, lasciandosi andare. Jean – Luc Nancy, scrive che la realtà non è fatta di atomi messi su un piano fermo, sicuro, ma è determinata dall’inclinazione dell’uno verso l’altro, da un movimento che ci fa sentire meno certi e che tuttavia è il nostro essere prima e poi, l’aperto e possibile di cui parlava Hölderlin.
Aprire le nostre case per essere con te, sconosciuto e guardarti negli occhi significa costruire relazioni, isole che diventano arcipelaghi. E’ tornare a quella frase di Marguerite Yourcenar: ‘ogni uomo che ha vissuto l’avventura umana, sono io’. Le periferie dell’uomo e della città sono i margini che dovremmo percorrere come fa Pierre per ritrovare se stesso, provando dolore e bellezza. Forse, un’utopia. Ma a volte, le utopie aiutano quanto meno a spostare di qualche centimetro il nostro sguardo chiuso nelle mura di casa, timoroso di tutto e di tutti.
Massimo Daviddi




