di Massimo Daviddi –
Alla ricerca di quelle ‘terre di mezzo’ iniziata da Casa Astra, ci spostiamo oggi a Varese utilizzando i mezzi pubblici: linea S50 direzione Stabio, poi le ‘Autolinee Varesine’ fino a Piazza Monte Grappa. Poco lontana dalla Basilica di San Vittore, ecco la via Bernardino Luini dove ha sede l’Istituto Addolorata. Le ‘Suore della Riparazione’, in città dal 1872, accolgono sei giorni su sette, dalle 19.00 alle 20.30 , circa trecento persone distribuendo loro la cena; una porta che si apre e diventa punto prezioso di contatto e sostegno per chi, in diverse forme, prova le difficoltà della vita. Immigrati; italiani che hanno perso il posto di lavoro; senza fissa dimora.
Incontro la Superiora, Suor Roberta Badari e Suor Lina Bottura, ben prima che inizi il lavoro di distribuzione pasti, tutte e due di origini mantovane. L’Istituto, è anche sede della scuola primaria pubblica, ‘G. Mazzini’, con mensa e doposcuola. Il tratto distintivo della congregazione, Suor Roberta? “Nasciamo a Milano nel 1859 per opera di un missionario ritornato in patria, Padre Carlo Salerio e di Madre Carolina Orsenigo, attiva a Milano nella parrocchia di San Marco. Vedendo nella città tanto abbandono, soprattutto ragazze sole, se non in prigione, decidono di creare una casa di accoglienza per poterle istruire, allo scopo di reinserirle nella società. Accogliere è la parola che caratterizza i 150 anni della nostra storia, secondo le necessità dell’epoca. Dalle bambine rimaste orfane in tempo di guerra, alle ragazze vittime di abusi e violenze, a quelle che abitando in paesi fuori città avrebbero fatto fatica a proseguire gli studi e che per questo erano ospitate”. E adesso? “La provvidenza chiama sempre.
Intorno agli anni ’90, i primi, significativi flussi migratori portano le persone a bussare alla porta: ci siamo chieste cosa potevamo fare per rispondere alla nuova realtà. Dapprima, il sostegno alimentare. Si è iniziato con dare un panino e un frutto nel sacchetto; a un certo punto le suore, non ero ancora qui, a Varese, decidono di offrire un pasto caldo nell’ingresso, una ventina di posti in tutto”. Com’è andata? “Si è prodotta una situazione difficile – interviene Suor Lina – tenendo conto che vicino al cancello si radunavano molte più persone di prima. La tensione, saliva. Allora, abbiamo deciso di continuare a preparare il pasto caldo inserendo una pietanza, pane, frutta e verdura, consegnandolo all’entrata dentro una confezione”.
Come vi siete organizzate? “Determinante è stato ed è l’apporto concreto dei volontari, all’inizio una decina. Sono aumentati facendo raggio, uno ha chiamato l’altro: adesso sono centodieci e si alternano ogni sera della settimana. Tra poco li vedrà in azione”. E gli alimenti? “C’è solidarietà. Li prendiamo da alcuni commercianti, altri li portano qui. I supermercati contribuiscono molto, a esempio Tigros, Coop e ancora la Prealpi, la Centrale del latte. Trecento pasti ogni giorno sono uno sforzo costante: i privati fanno un’offerta o portano la busta della spesa e una persona particolarmente vicina al nostro istituto devolve una cifra mensile. Tutte le settimane un signore arriva con 25 chili di pasta e don Mario, dalla Valganna, ci raggiunge con la macchina piena di cibo”.
Nelle parole e nella cura per ogni dettaglio, colgo una serenità che si diffonde in tutto l’ambiente, quello che Madre Teresa diceva della santità: “fare le cose ordinarie in modo straordinario”. Volti che ricordate? “Ce ne sono, certo. Mi viene in mente – interviene Suor Lina, commuovendosi – un signore di Varese che avendo trovato lavoro ha portato il suo primo stipendio da noi, in segno di riconoscenza”. Momenti critici? “Accadono, ma restano piuttosto contenuti e devo dire che il quartiere è tollerante; hanno compreso l’impegno di noi tutti su una strada che è un po’ di mondo”. Le suore sono otto e avendo la scuola primaria il lavoro è notevole; docenti, bambini, famiglie. Qui, giorno e sera, l’umanità passa da un’unica soglia.
In cordata.
Trattengo per qualche minuto Suor Roberta prima del servizio e le chiedo quale sia la cosa che anima tutto questo fare e dare che diventa esperienza.“ Se veramente vissuta, l’umanità non può essere in contrasto con il Vangelo, anche se una persona non crede. Quanto è di autentico, di generosità e altruismo nelle persone è in sintonia col Vangelo”. Fonte d’ispirazione. “E’ l’humus anche per chi non lo riconosce. Mi emoziono quando sento dire un grazie e dai musulmani, ‘Dio ti benedica!’. Allora penso, ma io cosa ti ho dato, in fondo? Ti ho dato un po’ di tempo, un po’ di fatica, sono l’ultimo anello di una catena immensa, dal sole, al vento, all’acqua che fa germogliare i semi nei giardini, negli orti, nei campi; a chi raccoglie i frutti, li trasporta, li porta fino a noi. Una cosa meravigliosa, la provvidenza che si serve di tutto. Della madre terra, perché se non ci fosse cosa faremmo? Non bisogna mai perdersi d’animo, vivere in pienezza, dare speranza”.
Seguo Suor Roberta nei diversi reparti; deposito merci, la cucina dove incontro alcuni volontari di età diverse, concentrati e sorridenti, una sintonia che si percepisce subito. Nella sala dove i cibi vengono confezionati nel rispetto della religione di appartenenza, parlo con Paolo, Maria Rosa, Giorgio, Isabella, Matilde, Roberto, qui dopo una giornata di lavoro. S’inizia. In gruppi di cinque, sei alla volta, le persone entrano e vengono servite; i volontari parlano, chiedono come va, salutano tutti. Il latte sembra esaurito, invece arriva un altro carrello. Resto impressionato dal flusso continuo e dalla capacità di azione.
Verso le 20.30 la fila si esaurisce. Prima di lasciare l’Istituto, parlo con Suor Elide Germondari, che cura la rivista, ’In Cordata’. Mi sembra che non ci sia titolo migliore per quello che ho visto.
Massimo Daviddi



